venerdì 27 settembre 2024

NAD

 

Ecco un altro fantastico articolo sulla “Molecola Miracolosa” NAD+, che è l'ingrediente principale di

 Swish Ageless. Capire l'importanza del NAD+ è fondamentale per coloro che vogliono vivere una vita lunga e sana. Anche se non affermiamo che Swish Ageless curi, guarisca o medichi malattie o disturbi, l'articolo qui sotto, con riferimenti a studi e ricerche, ci aiuta a educarci sui benefici per la salute del NAD+ in sé.

 https://vimeo.com/800310774

a chiunque conosci che desideri vivere una vita più lunga e più sana.

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La Potenza del NAD+: Capire il suo Ruolo nell'Invecchiamento, nella Salute e nella Longevità

Man mano che invecchiamo, il nostro corpo subisce una varietà di cambiamenti che influenzano la nostra salute e vitalità. Uno dei fattori biochimici meno noti ma cruciali che svolge un ruolo fondamentale in questi cambiamenti è il nicotinammide adenina dinucleotide, comunemente noto come NAD+. Il NAD+ è un coenzima che si trova in ogni cellula del corpo e gioca un ruolo vitale in numerosi processi biologici. Con l'avanzare dell'età, i nostri livelli di NAD+ diminuiscono, portando a una serie di problemi di salute legati all'invecchiamento e a una generale diminuzione della vitalità. Comprendere il NAD+, il suo ruolo nella nostra salute e come mantenere i suoi livelli potrebbe essere la chiave per migliorare la longevità e il benessere generale.
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Che cos'è il NAD+?

Il NAD+ è un coenzima che gioca un ruolo centrale nel metabolismo, fungendo da molecola ausiliaria nelle reazioni redox, che sono essenziali per la conversione dei nutrienti in energia all'interno delle cellule. Oltre alla sua funzione metabolica, il NAD+ è coinvolto nella riparazione del DNA, nella segnalazione cellulare e nella regolazione dei ritmi circadiani, tutti processi critici per mantenere la salute delle cellule. Influenza anche la funzione delle sirtuine, una famiglia di proteine legate alla longevità e all'invecchiamento. Il NAD+ esiste in due forme: NAD+ (ossidato) e NADH (ridotto). L'equilibrio tra queste forme è essenziale per la respirazione cellulare e la produzione di energia.
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In termini semplici, il NAD+ funziona come una batteria molecolare, alimentando molti dei processi biologici che mantengono le nostre cellule sane. Quando i livelli di NAD+ sono alti, le cellule possono funzionare in modo ottimale; ma man mano che i livelli di NAD+ diminuiscono, le cellule iniziano a perdere la capacità di riparare i danni, rispondere allo stress e produrre energia in modo efficiente.

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Come i Livelli di NAD+ Diminuiscono con l'Età

 

Con l'avanzare dell'età, il nostro corpo produce naturalmente meno NAD+. Gli studi dimostrano che verso la mezza età, i livelli di NAD+ nei tessuti umani possono ridursi fino al 50% e continuare a calare fino al 65% con l'invecchiamento. Questo declino è legato a vari fattori, tra cui l'aumento dello stress ossidativo, delle infiammazioni e l'accumulo di danni al DNA nel tempo. Il calo del NAD+ è ulteriormente aggravato dal fatto che il nostro corpo diventa meno efficiente nel riciclare il NAD+ con l'avanzare dell'età.
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Ci sono diverse ragioni per questa deplezione legata all'età:
 

·         Aumento del consumo di NAD+: Man mano che le cellule invecchiano, subiscono più stress e danni, il che aumenta la loro domanda di NAD+ per riparare il DNA danneggiato e mantenere l'integrità cellulare.

·         Sintesi ridotta: Le cellule invecchiate producono meno delle molecole chiave necessarie per sintetizzare il NAD+, come il nicotinammide riboside (NR) e il nicotinammide mononucleotide (NMN).

·         Aumento dell'attività del CD38: Il CD38 è un enzima che degrada il NAD+, e la sua attività aumenta con l'età, contribuendo ulteriormente alla deplezione del NAD+.
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Questa diminuzione dei livelli di NAD+ è stata collegata a una vasta gamma di problemi di salute legati all'invecchiamento, tra cui stanchezza, declino cognitivo, maggiore suscettibilità alle malattie croniche e una riduzione della funzione cellulare generale.


Il Ruolo Critico del NAD+ nella Salute e nella Longevità

Il NAD+ è essenziale per molti processi che mantengono il nostro corpo sano. Le sue funzioni vanno oltre la produzione di energia, influenzando alcuni degli aspetti più critici dell'invecchiamento e della prevenzione delle malattie. Ecco i principali motivi per cui il NAD+ è fondamentale per la nostra salute e longevità:
 

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·         Produzione di Energia Cellulare: Il NAD+ è un cofattore essenziale nella respirazione cellulare, che consente alle cellule di convertire il glucosio in ATP, la principale fonte di energia per il corpo. Senza NAD+, le cellule non sarebbero in grado di produrre energia, portando a stanchezza e a un funzionamento compromesso.

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·         Riparazione del DNA: Il nostro DNA è costantemente sotto attacco da fattori ambientali come radiazioni UV, tossine e stress ossidativo. Il NAD+ gioca un ruolo chiave nell'attivazione degli enzimi noti come PARP, che sono responsabili del rilevamento e della riparazione dei danni al DNA. Senza una quantità sufficiente di NAD+, i danni al DNA si accumulano, contribuendo al processo di invecchiamento e aumentando il rischio di cancro.

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·         Attivazione delle Sirtuine: Le sirtuine sono una famiglia di proteine che regolano molti processi cellulari importanti, inclusa l'infiammazione, il metabolismo e la resistenza allo stress. Le sirtuine richiedono il NAD+ per funzionare correttamente. Un aumento dell'attività delle sirtuine è stato associato a una migliore salute metabolica, riduzione dell'infiammazione e aumento della longevità negli studi sugli animali.

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·         Funzione Mitocondriale: I mitocondri, le centrali energetiche delle cellule, dipendono dal NAD+ per generare energia. Il declino dei livelli di NAD+ è associato alla disfunzione mitocondriale, che contribuisce a molte malattie legate all'età, comprese le malattie neurodegenerative e i disturbi metabolici.

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sabato 27 luglio 2024

Quando il corpo parla: i disturbi psicosomatici

 

 La mente, mente e lamenta mentre il corpo non mente mai!"
" La Mente mente "
Premesso che :
questa frase si riferisce a un rapporto diretto con se stessi e non con gli altri.
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 Con ciò non si vuole affermare che la Mente è sempre bugiarda con se stessi e con le proprie convinzioni . Assolutamente no.
Semplicemente ognuno di noi ha l'abilità senza volerlo di mentire a se stessi.
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Perché ?
La Mente che produce pensieri ed emozioni al 95% sono credenze inconsce ovvero schemi cablati nel cervello che si attivano in automatiche sinapsi.
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In sintesi sono condizionamenti familiari, culturali, sociali e religiosi quindi non libere scelte ma impliciti e automatici consensi.
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Quindi il proprio "sentire e reagire" è frutto di tutto questo nel quale esistono disarmonie più o meno profonde con la propria anima.
Se accetti questa conoscenza comprenderai che la tua Mente produce pensieri che possono dirti il contrario di ciò che effettivamente è giusto  per la tua anima , alimentando invece il tuo Ego identificato con la realtà esterna.
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La seconda parte della frase cita :
" Il corpo non mente "


Con la scoperta dei neurotrasmettitori che collegano foglietti embrionali, cervello e  singoli organi e ogni zona del corpo, possiamo serenamente affermare che ciò che pensi emotivamente, si riflette sul corpo fisico istantaneamente e automaticamente.
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Visto che il pensiero e i suoi derivati emozionali dipendono prevalentemente dal tuo inconscio possiamo affermare che il corpo fisico è la MENTE INCONSCIA per il 95%  !!!!
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In definitiva ognuno di noi può razionalmente pensarla in un certo qual modo per quel 5% (residuo dal 95% inconscio) ma il corpo fisico manifesta la verità  attraverso sintomi, malesseri, disagi, patologie di ogni ordine e grado (95%)
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Rifletti sull'importanza fondamentale di ascoltare e seguire i messaggi che manda il corpo fisico attraverso il suo semplice modo di comunicare, automatico.
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Esso è il manuale delle istruzioni per il nostro percorso di connessione vera e profonda con la propria  anima.

Malattie psicosomatiche elenco

I sintomi dei disturbi psicosomatici sono una delle possibili risposte a situazioni di stress e di disagio della persona. Le emozioni, soprattutto quelle più difficili da gestire come ad esempio la preoccupazione, la rabbia, il rimorso e il rimpianto, possono tenere il nostro corpo sempre attivato come se ci trovassimo costantemente in uno stato di emergenza. Se questo succede per un tempo troppo lungo, più lungo di quanto il corpo possa accettare e sopportare, tutto l’organismo “collassa”, si trova in difficoltà.

Vi capita mai di trovarvi in uno stato di angoscia tale per cui non riuscite più a “spegnere il cervello” e questo vi causa fastidi più o meno pesanti anche fisicamente? Questo è esattamente quello che succede in queste situazioni. Ovviamente l’angoscia di per sé va a colpire gli organi che sono più soggetti a tutto ciò, più “deboli”, come ad esempio lo stomaco. Si parla di vera e propria malattia psicosomatica quando la causa è totalmente o per la maggior parte psicologica, e questa porta poi ad una problematica evidente dell’organo, compresa eventualmente anche una lesione.

Malattie psicosomatiche associate a parti del corpo

I disturbi psicosomatici legati all’apparato gastrointestinale sono:

  • Gastrite
  • Ulcera peptica
  • Colite spastica (sindrome del colon irritabile)
  • Colite ulcerosa
  • Rettocolite emorragica
  • Piloro spasmo
  • Stipsi
  • Nausea e vomito
  • Diarrea funzionale (da emozione)

I disturbi psicosomatici legati all’apparato respiratorio sono:

  • Asma bronchiale
  • Iperventilazione
  • Dispnea
  • Singhiozzo

I disturbi psicosomatici legati al sistema endocrino sono:

  • Ipertiroidismo
  • Ipotiroidismo
  • Ipoglicemia
  • Diabete mellito

I disturbi psicosomatici legati al sistema cutaneo sono:

  • Acne
  • Psoriasi
  • Prurito
  • Dermatite atopica
  • Neurodermatosi
  • Orticaria
  • Iperidrosi
  • Canizia
  • Sudorazione eccessiva
  • Secchezza della cute
  • Secchezza delle mucose
  • Eritema pudico

I disturbi psicosomatici legati all’apparato cardiocircolatorio sono:

  • Aritmia
  • Tachicardia
  • Ipertensione arteriosa
  • Cardiopatia ischemica
  • Coronopatia
  • Nevrosi cardiaca
  • Algia precordiale

I disturbi psicosomatici legati all’apparato urogenitale sono:

  • Impotenza
  • Eiaculazione precoce
  • Anorgasmia
  • Dolori mestruali
  • Enuresi
  • Disturbi minzionali

I disturbi psicosomatici legati al sistema muscolo scheletrico sono:

  • Cefalea e mal di testa
  • Stanchezza cronica
  • Crampi muscolari
  • Torcicollo
  • Fibromialgia
  • Dolori cronici al rachide cervicale e lombosacrale
  • Artrite

I disturbi psicosomatici legati all’alimentazione sono:

Anoressia

 Bulimia

 Binge eating

 RIMEDIO NATURALE : La Preghiera

Pregare è come una medicina, scienziati e teologi concordi: ci guarisce.

Il raccoglimento attiva la funzione parasimpatica, riducendo frequenza cardiaca e pressione sanguigna, rafforzando la risposta immunitaria e abbassando i livelli ematici di cortisolo (l’ormone dello stress). Scoperta l’area del cervello che ci consente di entrare in relazione con l’armonia assoluta e con Dio

 La preghiera come una medicina, un balsamo del corpo e dello spirito. La scienza ha largamente dimostrato che la pratica religiosa può influire sullo stato di salute, facendo ammalare meno e guarire prima: fra i primi studiosi ad averne parlato c’è l’americano Herbert Benson, cardiologo dell’Università di Harvard, che, sin dagli anni Settanta del secolo scorso, ha ipotizzato per la preghiera la stessa azione biochimica prodotta dal rilassamento, capace di abbassare la pressione sanguigna, ridurre il ritmo cardiaco e allentare la tensione muscolare. 

partite dal “g Tum-mo”, una pratica yoga che – grazie a una speciale respirazione meditativa – consente ai monaci buddisti di resistere alle temperature estreme dell’Himalaya e addirittura asciugare lenzuola bagnate avvolte intorno ai corpi nudi, grazie alla loro misteriosa capacità di sviluppare un elevato calore interno. 


«La meraviglia delle ricerche internazionali infatti è quella di aver mostrato come gli effetti della preghiera vadano al di là della singola religione o del fatto di credere o meno in Dio», spiega la dottoressa Monica Urru, medico, psicoterapeuta, specializzata nel trattamento degli psicotraumi in adulti e adolescenti, che ha trattato il tema nell’ambito del VI Congresso nazionale Simben (Società italiana di medicina del benessere), organizzato lo scorso ottobre a Roma in collaborazione con l’Aime (Associazione italiana di medicina estetica) e coordinato dal professor Pier Michele Mandrillo. 


«Non a caso, a partire dal 1992, il neuroscienziato Andrew Newberg ha provato a verificare che cosa accadesse nel cervello di persone appartenenti a fedi diverse, dai monaci tibetani alle monache francescane, chiedendo loro di utilizzare le rispettive meditazioni o forme di preghiera durante l’esperimento », afferma l’esperta. 


I vari soggetti dovevano tirare una cordicella non appena avessero provato la sensazione di cadere in estasi o essere connessi con il loro senso del divino, avviando così una risonanza magnetica funzionale del cervello, un esame che permette di mappare quali aree cerebrali si attivano quando pensiamo o facciamo qualcosa. 

Pioniere della cosiddetta neuroteologia, Newberg si è accorto che quelle aree sono sempre le stesse – indipendentemente dalla confessione religiosa – e i suoi studi sono stati avvalorati negli anni successivi da esami ancora più precisi, come la tomograŠa computerizzata a emissione di fotoni singoli (Spect), molto più sensibile rispetto ad altre prove strumentali.

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sabato 2 marzo 2024

GIOVANI E ALZHEIMER

 

L'Alzheimer arriva anche da giovani?

Studio cinese pubblicato sul The New England Journal ha coinvolto migliaia di persone. L'indagine durata 20 anni ha accertato quando e in quale sequenza compaiono i segnali predittivi dell’Alzheimer.

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Vent'anni prima (della vecchiaia) si affaccia sulla nostra vita, ma l'Alzheimer può arrivare anche quando si è molto giovani. Lo studio cinese pubblicato su The New England Journal of Medicine è stato svolto in collaborazione con diversi istituti, fra cui il Centro per la malattia di Alzheimer - Istituto di Pechino per i disturbi cerebrali;

 

l'Ospedale Anding e il Dipartimento di Psichiatria dell'Ospedale popolare provinciale di Zhejiang. E ha accertato che la variazione nella concentrazione di determinate proteine (placche di beta amiloide e grovigli di proteina tau) e le alterazioni nel tessuto cerebrale compaiono in sequenza e a tappe definite, fino a sfociare nella condizione patologica. Va ricordato che l'accumulo di beta amiloide, pur essendo considerato tra i principali segni associati all'Alzheimer, non è presente in tutte le persone colpite.


Il manifestarsi in netto anticipo delle firme biologiche della demenza era cosa conosciuta per le forme ereditarie della patologia, che può sorprendere anche in età molto precoce (va ricordato il caso di un ragazzo malato di Alzheimer già a 19 anni) ma, grazie alla nuova ricerca, la progressione temporale dei biomarcatori dell'Alzheimer è stata osservata anche nella sua forma sporadica, che poi è quella maggiormente diffusa.


Lo studio cinese

Venendo allo studio cinese, i ricercatori coordinati dal professor Jianping Jia, hanno condotto un'indagine caso-controllo multicentrico con migliaia di partecipanti, tutti coinvolti nello studio China Cognition and Aging Study (COAST) eseguito fra gennaio 2000 e dicembre 2020. In che cosa consiste?

In quei 20 anni una parte dei volontari è stata sottoposta a una serie di esami regolari (ogni due o tre anni), fra i quali test del liquido cerebrospinale (CSF), scansioni cerebrali e valutazione della funzione cognitiva attraverso test standardizzati alla stregua del Clinical Dementia Rating-Sum of Boxes (CDR-SB).

I partecipanti erano uomini e donne sia di mezza età che anziani (età media 61 anni, di cui il 50,6% maschi) che al basale avevano tutti uno stato cognitivo normale. I ricercatori hanno messo a confronto e abbinato i casi di 648 individui che hanno mantenuto una cognizione sana (gruppo di controllo) con 648 persone che, durante il periodo di follow-up durato esattamente 19,9 anni, si sono ammalati di Alzheimer.

 

Gli otto segnali che annunciano la malattia nel tempo

Questa procedura ha consentito di analizzare e abbinare i risultati degli esami condotti a intervalli regolari, e ha reso possibile determinare in quale momento e in che modo si sono manifestati i biomarcatori della neurodegenerazione, fino alla comparsa del declino cognitivo e alla diagnosi di demenza.

 

 Ecco i segnali che ci dicono che l'Alzheimer sta attaccando il nostro cervello:

1 - Il segnale più precoce a emergere è stato un aumento nella concentrazione della proteina beta-amiloide 42 nel liquido cerebrospinale (o cefalorachidiano), già rilevabile 18 anni prima della diagnosi di Alzheimer.

2 - A 14 anni dalla diagnosi è stata rilevata una differenza nel rapporto tra beta-amiloide 42 e beta-amiloide 40, in pratica due forme di proteine "appiccicose", il cui accumulo nel sistema nervoso è associato alla neurodegenerazione.

3 - A 11 anni il team di ricerca ha osservato un incremento della proteina tau 181 fosforilata nel gruppo Alzheimer.

4 - A 10 anni è stato l'incremento della tau nel suo complesso ad emergere come anomalia.

5 - A 9 anni sono stati rilevati i primi segnali del danno neuronale, provocato dalla presenza della catena leggera del neurofilamento (NfL) nel liquido cerebrospinale, che riguarda in particolar modo gli assoni.

6 - A 8 anni le risonanze magnetiche hanno evidenziato nel gruppo Alzheimer l'atrofia dell'ippocampo, una parte del cervello coinvolta nella cognizione.

7 - A 6 anni dalla diagnosi è risultato evidente il declino cognitivo attraverso i test standardizzati per valutare la demenza.

8 - Oltre a questa progressione, il professor Jia e colleghi hanno rilevato che nel gruppo Alzheimer c'era una maggiore probabilità (37,2% contro 20,4% del gruppo di controllo) di essere portatori di una variante genetica chiamata APOE4. Il dato conferma l'associazione, già venuta alla luce in passato, tra questa variante del gene coinvolto nel metabolismo e nel trasporto dei lipidi nel cervello e la forma di demenza più diffusa al mondo.

 

I rimedi naturali che aiutano a combattere l'Alzheimer

Se è vero, come è vero, che una dieta specifica per il paziente sofferente di Alzheimer è la prima, imprescindibile, soluzione da prendere in esame (e per questo vi invito a rivolgervi a nutrizionisti con esperienza), tra le misure non farmacologiche più importanti contro l'Alzheimer si annoverano specifici nutraceutici, integratori alimentari e fitoterapici.

Esaminiamo proprietà e modalità d'uso di questi rimedi naturali nel morbo di Alzheimer.
1. Vitamine B

Le vitamine del gruppo B hanno documentati effetti protettivi verso la malattia di Alzheimer. In particolare, le vitamine B6, B9 e B12, che partecipano in modo diretto alla funzionalità cerebrale anche in condizioni fisiologiche, giocano un ruolo strategico nel ridurre i livelli sanguigni di omocisteina. Questo amminoacido, se presente in concentrazioni superiori alla norma, si associa a un alto rischio di sviluppare l'Alzheimer e altre forme di demenza senile e presenile, oltre a esporre a patologie cardiovascolari.

In chiave preventiva, dal momento che i valori di omocisteina tendono ad aumentare con l'età, almeno a partire dai 60 anni è bene ricorrere a un integratore multivitaminico di elevata qualità e che contenga tutti e tre questi micronutrienti, insieme a vitamine e altre molecole antiossidanti come la vitamina C (che se è a livelli inadeguati è pure responsabile di scarsa vitalità mentale), la vitamina E, il betacarotene, in buon dosaggio.

Cosa si può fare per difendersi dall'Alzheimer?
Qualora cali di memoria e altri segni di declino cognitivo avessero già fatto il loro esordio, le vitamine B6, B9 e B12 contribuiscono anche a rallentare la progressione dell'Alzheimer e dell'atrofia delle aree cerebrali interessate dalla malattia, se assunte a una posologia confrontabile, e ove necessario superiore..

 2. Omega 3.
Alcune ricerche attestano che i benefici degli omega 3 si estendono anche a quanti già convivono con questa malattia. In uno studio clinico randomizzato, in doppio cieco e placebo-controllato (i massimi standard dell'affidabilità scientifica, quindi) del 2010, l'assunzione di 900 milligrammi di un omega 3 quale il DHA (acido docosaesaenoico) ha mostrato di migliorare la memoria e altri processi cerebrali in un gruppo di oltre 400 persone con lieve declino cognitivo.

Da un lavoro pubblicato sul Journal of Alzheimer's Disease nel 2013 risulta inoltre che l'impiego di integratori di omega 3 può ridurre l'infiammazione dei tessuti cerebrali e la concentrazione di proteina beta-amiloide (A-beta), che si ammassa in placche nel cervello delle persone affette da questa forma di demenza.
Una recente systematic review sull'utilizzo di omega 3 nella malattia di Alzheimer conferma l'utilità della supplementazione di questi acidi grassi negli stadi iniziali della malattia, quando la compromissione della funzione cerebrale è ancora moderata.
Il dosaggio di omega 3 in presenza di decadimento cognitivo o di Alzheimer conclamato è di almeno 1 grammo al giorno, sotto forma di EPA (acido eicosapentaenoico) e DHA (acido docosaesaenoico).

Gli omega 3 sono rimedi naturali sicuri, che a questa posologia non causano effetti collaterali degni di nota. Una certa cautela, specie in caso di alti dosaggi e uso prolungato, va osservata se si è in terapia con anticoagulanti, antiaggreganti piastrinici o ipoglicemizzanti, farmaci con cui gli omega 3 potrebbero interagire.


E' stato scientificamente evidenziato che adeguati livelli plasmatici di omega 3 potenziano l'attività di neuroprotezione delle vitamine B. Nel trattamento naturale dell'Alzheimer questi due rimedi si esprimono quindi al meglio se assunti in sinergia.
3. Omotaurina

L'omotaurina è un amminoacido, chimicamente simile alla taurina, dagli effetti neuroprotettivi, studiati anche nei malati di Parkinson.
Ricerche su modello animale hanno evidenziato che la somministrazione di omotaurina è in grado di interferire con la formazione delle placche amiloidi che caratterizzano la malattia di Alzheimer, arginando il deficit cognitivo e mnemonico.
Per quel che riguarda gli studi clinici, condotti su malati di Alzheimer, i risultati sembrano meno netti: alcune ricerche non hanno riscontrato significativi miglioramenti nei pazienti sofferenti di Alzheimer che hanno assunto questo integratore, mentre altre invece mostrano che l'omotaurina può rallentare la formazione delle placche senili e l'atrofia dell'ippocampo, nonché mitigare l'infiammazione cerebrale.

Una review scientifica del 2019 ha riportato tre studi post marketing (quelle indagini che vengono svolte dopo che un farmaco o un integratore è stato messo in commercio) in cui i risultati dell'assunzione di omotaurina in pazienti con compromissione cognitiva lieve sono stati molto positivi.
Auspicando, quindi, ulteriori trial clinici per valutare pienamente l'efficacia dell'omotaurina come rimedio per l'Alzheimer, non si può non ravvisarne un promettente ruolo potenziale. Considerata, inoltre, l'assenza di effetti collaterali di rilievo dell'omotaurina nella maggior parte dei soggetti, ritengo che la sua assunzione possa avere significato, almeno in via precauzionale e anche in ragione della mancanza di valide cure farmacologiche dell'Alzheimer.
La posologia dell'omotaurina utilizzata negli studi clinici sui malati di Alzheimer va da 50 a 150 milligrammi assunti due volte al giorno.

4. Curcuma

Tra le qualità di questa spezia antiossidante ci sono anche le sue proprietà neuroprotettrici, che rendono la curcuma (Curcuma longa) un rimedio naturale valido in prevenzione e promettente anche per migliorare il controllo dell'Alzheimer in atto.

Il dottor Luca Avoledo, biologo nutrizionista esperto di naturopatia, parla di benefici e modalità d'uso della curcuma in una puntata del programma "Il mio medico" su TV2000.

La curcumina, il principio attivo principale della curcuma, contrasta infatti l'aggregazione della proteina beta-amiloide, contiene la degenerazione neuronale e combatte l'infiammazione della microglia (quel complesso di cellule del sistema nervoso centrale deputato alla sua difesa immunitaria), ostacolando così un processo direttamente implicato nell'insorgenza della malattia di Alzheimer.
Consiglio di introdurre abitualmente la curcuma nella dieta, utilizzandola come spezia per insaporire i cibi, per diminuire il rischio di demenza.
5. Ginkgo

Anche il ginkgo (Ginkgo biloba) è un presidio naturale interessante per rallentare l'evoluzione dell'Alzheimer. Questo fitoterapico migliora la circolazione a livello cerebrale e sostiene la memoria.
Una metanalisi di studi clinici pubblicata nel marzo 2018 conferma i benefici della somministrazione di un estratto di Ginkgo biloba nei sintomi dell'Alzheimer e anche della demenza di tipo vascolare.
Inoltre, somministrato in affiancamento ai farmaci convenzionali per la malattia di Alzheimer, il ginkgo tende a rinforzare gli effetti delle cure tradizionali sulle performance cognitive.
I dosaggi di Ginkgo biloba utili nella demenza di Alzheimer sono piuttosto alti (secondo diversi studi, 240 milligrammi al giorno) e richiedono qualche attenzione in più rispetto agli altri rimedi naturali citati, in ragione delle maggiori interazioni farmacologiche e precauzioni all'uso di questa pianta.


Alzheimer e integratori: conclusioni

Voglio concludere questa carrellata sui rimedi per la malattia di Alzheimer - che certo non può, né vuole, vantare pretese di completezza - segnalando un trial clinico recentissimo, pubblicato sulla rivista scientifica Alzheimer's & Dementia: The Journal of the Alzheimer's Association, che ha preso in esame 2.200 adulti di età pari o superiore a 65 anni.
Lo cito perché, se ancora ce ne fosse bisogno, questa sperimentazione dimostra bene il ruolo dei presidi naturopatici a tutti coloro che credono che gli integratori non servano a niente, e spesso lo affermano con veemenza.
Ebbene, i ricercatori hanno concluso che assumere ogni giorno anche solo un semplice integratore multivitaminico-minerale può aiutare a proteggere il cervello dalla demenza. In particolare, hanno stimato che l'integrazione per tre anni potrebbe portare a un rallentamento del declino cognitivo di circa il 60%. Questi benefici sembrano ancora più pronunciati nelle persone con malattie cardiovascolari importanti, che sono a maggior rischio di declino cognitivo.
Nessuno vuole sostituire uno stile di vita sano e attivo e una dieta corretta e varia con un integratore (anzi). Ma rinunciare a queste opzioni aggiuntive equivale a chiudere gli occhi davanti alla scienza.

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Integratore consigliato:

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vedi anche testimonianza:

Antonella Cotugno - Alzheimer galoppante della madre notevolmente migliorato.

https://youtu.be/_dVo8t137iI